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Catenella

rispondo a un invito di Asian:

e giro l’invito a: night, eliver, azzurra

Voi siete qui

Jean Ricard Boerk ha pubblicato foto di “Second Life vista dall’alto” utilizzando le mappe dinamiche di SL. L’impressione che si ha vedendo tutti quei pallini verdi - gli avatar in quel momento connessi localizzati sulla mappa - , come dice Wagner James Au, è la stessa di quando in aereo ci si avvicina di notte ad una grande città illuminata. Qui il post di Boerk con tutte le mappe.

Distribution of people in SL

(via New World Notes)

Ultimo treno

Metro Inganni, ore 23.55.
Una ragazza aspetta l’ultima corsa, seduta da sola su una panchina.
La stazione è deserta, ad eccezione di un uomo che sta camminando lungo la banchina.
L’uomo si avvicina verso la ragazza. E’ un barbone.
Si ferma e le si siede accanto. Porta malissimo qualsiasi età abbia realmente, forse quaranta – quarantacinque anni.
Comincia a chiacchierare. Non puzza neanche tanto di alcool, tutto sommato.
Gli stranieri, ce n’è tanti qui. Non c’è lavoro qui, il lavoro è tutto in Cina. A Copenaghen si sta bene, lì sì che è tutta un’altra cosa. Perché la cosa importante è cercare di capire come fare per stare bene.
Arriva il treno, i due salgono.

Ragazza: A che fermata scendi?
Barbone: Mah, sai… per me è uguale.
Ragazza: …?
Barbone: Sì, una fermata vale l’altra.
Ragazza: Ma dove vai per dormire?
Barbone: Oh no, no! Io ho già dormito oggi!
Ragazza: …
Barbone: Mi sono appena svegliato. Ora vado un po’ in giro.

A Gerusalemme nevica

La Franca ha scritto un nuovo post. Con il suo sguardo garbato e disincantato racconta sfilacciature di vita quotidiana a Gerusalemme, cercando di risalire lungo quei fili dentro all’attorcigliata tessitura degli equilibri instabili di quei luoghi.

E fu barcamp

Torino barcamp oggi. Scricchiolando sopra il parquet dei salottini del circolo dei lettori, ho ascoltato un numero spropositato di presentazioni (alla fine ne ho contate undici), ciascuna con almeno uno spunto che mi sono portata a casa.
E’ il primo barcamp a cui partecipo. Mi è piaciuto molto l’approccio “sto provando a fare questa cosa: mi date i vostri suggerimenti?” di tanti interventi. In particolare, il racconto di tambu del photowalk, che non conoscevo e che guarderò. E soprattutto la presentazione fatta da freddie e valeria, che con disarmante semplicità vorrebbero imparare a usare meglio la rete per far conoscere l’esperienza forte e ricca del coro delle mondine.
Affascinante il racconto a “due facce” dei principi del game design fatta da Kurai e Bru, che hanno svelato l’anima profondamente ludica del web.
Alla fine ho anche avuto l’inaspettata occasione di emozionarmi assistendo (e partecipando) all’intensa caccia allo sguardo ingaggiata da Palmasco insieme a ciascuno dei soggetti che posavano per il suo progetto di ritratti fotografici.
Un ringraziamento ad Axell, Vittorio Pasteris e tutti gli altri per l’ottima organizzazione, la confortevole location e il pregevole buffet.

Ieri sera c’è stato l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri Raccontare il digitale tenuto da Giuseppe Granieri presso unAcademy.
L’aver partecipato agli incontri è stata una preziosa occasione per riflettere sui network digitali, su noi che stiamo imparando ad averne dimestichezza, sulle conversazioni, ma anche sulle consuetudini lessicali degli eschimesi nonchè sulle questioni fondative della possibilità filosofico-linguistica di comunicare con gli alieni…
E’ stata un’esperienza interessante sotto diversi aspetti: sperimentare le potenzialità del metaverso come ambiente d’aula, gestire contemporaneamente più modalità di comunicazione (pubblica / privata, scritta / in voce, gestuale, sincrona / asincrona), fare esercizio di voce pubblica… il tutto fatto in gruppo, e portandosi a casa un gran bottino di spunti.
Mi piaceva l’idea di raccogliere tutte insieme le esercitazioni che ho fatto per il corso, per cui le sistemo qui.
L’ultima, presentata direttamente in voce ieri sera, è questa:

Gli altri scarrafoni :) con cui ho condiviso il viaggio: Velas, Night, Asian, Mr. Volare, Uskebasi, Zygmunt

Il mio modo di percepire e suddividere il tempo è profondamente diverso da quello di mio padre.
Mio padre legge il tempo in maniera chiara e sa perfettamente distinguere tra il tempo destinato al lavoro e il tempo libero, quello dedicato agli affetti, alla casa, agli amici, ai suoi numerosi hobby.
Per quasi cinquant’anni gli orari precisi della fabbrica e delle macchine di produzione hanno scandito il ritmo attorno al quale ha disegnato la sua quotidianità.
Da piccola non mi era molto chiaro quando raccontava che una certa cosa era successa “in temp da l’ura”, mentre per tutti i suoi amici e conoscenti era immediato che quel fatto era successo intorno alle 13: nel tempo dell’ora (di pausa).
Il tempo di mio padre è un tempo terzo, codificato: sta là fuori e tutti lo possiamo vedere, uguale a se stesso.
Se sono le 8.15 del mattino, sto facendo il giro di controllo degli impianti; se sono le 8.15 di sera sto guardando il telegiornale in tv. Se è sabato sono al supermercato e se è agosto sono al mare.
In questo tempo terzo sono contenute in maniera ordinata le relazioni, ciascuna nel suo spazio. Il tempo per i colleghi in ditta, quello per gli affetti dentro casa, quello per gli amici al circolo.
Il mio tempo è molto meno netto: capita che mi addormento col portatile sul comodino se ho del lavoro da finire, che faccio la spesa on line dall’ufficio e che organizzo la serata con i miei amici via sms mentre sono in tram.
Per mio padre il tempo, lo spazio e le relazioni sono schiacciati uno sull’altro, come merged layers di photoshop. Io accendo singoli layer, sovrapponendoli secondo una pertinenza che è essenzialmente mia.
Lo strumento abilitante che mi permette di fare questo è l’infrastruttura digitale. Su di essa viaggiano le relazioni, in maniera desincronizzata rispetto a vincoli esterni di spazio e di tempo, ma ricentrate rispetto all’interesse e al desiderio dei singoli di condividere e di partecipare alla conversazione.
Il tempo che si disegna attorno al digitale è un tempo complesso: varia in funzione della descrizione che ne fa chi lo vive, riempiendolo delle sue relazioni.

*Il titolo è per i discotecari del metaverso :)

8 Cose di Second Life

In Second Life sono una neonata: Deneb Ashbourne non ha ancora compiuto due mesi di vita. Essere newbie o no però non dipende dal tempo trascorso dalla nascita, ma dalla densità delle esperienze e dalla curiosità di sperimentare.

1 L’impatto iniziale – una questione di spazio. Ho cominciato ad orientarmi in Second Life quando ho capito che esisteva uno spazio oggettivo non comprimibile fuori dal mio avatar (come per i neonati che imparano a distinguere se stessi dal resto del mondo), con delle regole (approssimabili – per buona parte - a quelle della realtà fisica) che ti vincolano: per trovare un oggetto, per visitare un luogo, occorre muoversi, spostarsi, percorrere, esplorare, “brigare” (non basta seguire i link suggeriti da google e leggere – ci sono molte più azioni da fare. E c’è la fisicità dell’avatar per poterle fare).

2 L’avatar e me. L’avatar è il dispositivo attraverso cui è possibile fruire del metaverso, la mia interfaccia verso gli altri utenti, il mio spazio soggettivo minimo in SL, il fantasma di me.
Un effetto che ho notato fin dall’inizio, mentre personalizzavo l’avatar provando abbigliamento e accessori, è che ho cominciato a notare di più i dettagli nella realtà vera: il taglio di un abito, lo stile di un paio di scarpe; ho cominciato a farci più attenzione di quanto facessi prima, a focalizzare i particolari.
La prima volta che mi è capitato di vedere un altro avatar che con estrema facilità trasformava ripetutamente il proprio aspetto (in un gatto, in un mostro, in un finlandese, in una scatola…), ho avuto come l’impressione che la persona mi sparisse da di fronte agli occhi, che si interrompesse la continuità tra una mutazione e l’altra. E’ stato come una specie di risveglio brusco dall’immedesimazione con il pupazzetto.

3 Immaginari. Una delle cose più belle che ho trovato in SL è la materializzazione degli immaginari delle persone. Esistono intere land che riproducono mondi che esistono solo nella dimensione letteraria, cinematografica o appartengono ad altre epoche storiche… La cosa affascinante è come i residenti, che condividono questo immaginario, lo traducono rendendolo visibile e fruibile a chiunque, creandolo. Una cosa che trovo interessante e “propria” di SL in quanto strumento è la possibilità che offre di “codificare” (nel senso di rendere disponibile a terzi, rendere esplicito, visibile, trasmettibile) l’immaginario.
L’atmosfera postapocalittica delle Wastelands è di una precisione chirurgica: nulla è dissonante nella land rispetto ad un immaginario cinematografico alla Mad Max. Come non è dissonante lo scricchiolio della neve sotto le suole quando si cammina nell’aria rarefatta della vittoriana Port Babbage.

4 Il tempo scorre insieme. E’ un mondo sincrono: per interagire con gli altri, occorre che gli altri siano collegati. Si sviluppano relazioni, conversando, facendo cose insieme, passando del tempo insieme. Più ci si immerge e si passa del tempo in-world e più si impara, soprattutto se si interagisce con gli altri.

5 Interazione. SL è una soddisfacente piattaforma di interazione a distanza. Mi è capitato di partecipare ad alcuni eventi organizzati presso unAcademy e di sperimentare come la numerosità di piani comunicativi (scritto / in voce, pubblico / privato, spaziale, visivo, gestuale) fornisce una dimensione di interazione specifica per ogni tipologia di scambio e di relazione.

6 Parlare d’arte. Ho notato che capita con estrema frequenza di parlare di arte dentro / a proposito di SL.
Anche la riproposizione di opere artistiche e di luoghi per la loro fruizione è un aspetto interessante. Ho osservato come alcuni musei di SL assomiglino a delle trasposizioni di edifici museali della realtà e che le opere in esse contenute siano “a misura di avatar”, con dimensioni e caratteristiche fisiche tali come se fossero state realmente fatte da un avatar per essere fruite da altri avatar che condividono lo spazio virtuale in cui si trova l’opera, e non dalla persona che sta dietro monitor e tastiera (ci ho pensato visitando la mostra di indire e partecipando all’inaugurazione del museo del metaverso)
Un esempio che mi ha colpito molto in cui l’avatar è utilizzato nella sua pura “funzione di dispositivo di utilizzo del metaverso” è il video di Robbie Dingo, “Watch the World(s)”, in cui la fruizione dell’opera (il video medesimo) è invece pensata esplicitamente per le persone e non per gli avatar.
La grid e i prim sono la materia e l’unico modo per accedere a questi materiali è avere a disposizione un avatar (ovvero un account di SL). Pur essendo la fruizione possibile solo esternamente al metaverso, l’opera è fatta e narra di SL, mostrando il funzionamento in atto di una delle specificità di SL: il processo di costruzione dell’utente creatore del mondo (dei mondi).
(Qui un’emozionante descrizione dell’esperienza di visione del video)

7 Addomesticamento. Frequentando sempre i medesimi posti, si finisce per creare l’abitudine a frequentare uno stesso gruppo di persone. Per cui prima di scollegarsi sembra normale salutarsi come si saluta un vicino o qualcuno che si sa che si rincontrerà presto.

8 Non sono 8 cose su Second Life

Entrare nella conversazione

Questo è il mio spazio per riflettere, lasciare appunti,  racconti e - naturalmente - per conversare.